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March 27th, 2009 by admin

OVER DESIGN OVER

Materia, Tempo e Natura nel design contemporaneo

15 marzo – 13 aprile 2009

Rocca Paolina, Perugia

Inaugurazione sabato 14 marzo 2009

QUESTO NON È UN OROLOGIO
Genialità, umiltà e poesia nel design dell’intangibile

Di Andrea Margaritelli

L’apparenza è quella di una trottola, che giunta al termine del suo vorticoso esercizio di equilibrio con l’orgoglio di chi ha saputo lungamente tener testa alla forza di gravità, si è infine arresa alle leggi di natura, ed esausta di moto, da pochi istanti soltanto ha accettato di adagiarsi sul fianco.

La creazione del designer olandese Sander Mulder, una delle testimonianze chiamate in questo catalogo ad illustrare la sezione Tempo, in realtà è tutt’altro. E non è certamente l’unico caso, tra quelli presentati, che dimostra come l’apparenza possa offuscare la vista e spesso trarre in inganno, distogliendo l’attenzione da ciò che è essenziale. E che in fondo, vedremo, è anche il fuggevole, quanto ricercato, protagonista di Over Design Over.

“About Time”, questo il nome dell’oggetto in questione, si presenta come un largo cono, ingentilito dal profilo appena curvilineo delle generatrici, che ostenta all’osservatore la sua grande base circolare, di un nero elegante, satinato, completamente opaco. Solo una minuziosa grafia a caratteri bianchi orna, come un fregio, la sua circonferenza. Senza capo né coda, brevi frasi si rincorrono in girotondo per formare un unico periodo dal sapore scanzonato quanto vagamente ipnotico: “….dovrebbero essere più o meno le otto, ma se tu lo desideri, possono essere le nove, dopodiché si andrà verso le dieci, e inevitabilmente già inizi a pensare che sono le undici, ma ecco che invece realizzerai essere le dodici e prima ancora di accorgertene sono già arrivate le una, ….”. La funzione di semplice orologio, seppur originale per la sua inusuale carica di ironia, sembrerebbe così finalmente svelata, ma a ben guardare si tratta ancora di un’illusione.

Non è solo l’assenza di qualsiasi riferimento – della solida sicurezza della lancetta delle ore, così come dell’acuminato senso di precisione di quella dei minuti, per non parlare del ritmo singhiozzante dell’asticciola dei secondi – a disorientare e seminare dubbi. Il primo è presto risolto. “Eppur si muove!” avrebbe esclamato dopo breve attesa un designer pisano di altri tempi, passato alla storia per il suo spirito di osservazione e l’ostinata perseveranza. In effetti il corpo nero, con impercettibile movimento, rotola su sé stesso e, mentre imita le maniere del pianeta che tutti ci accoglie, ha la graziosa accortezza di segnalare l’ora, attraverso il punto di contatto della sua circonferenza con il piano di appoggio. Meglio sarebbe dire che indica semplicemente il trascorrere del tempo, perché la perfezione, si sa, non è di questo mondo. E del resto, con il disincanto della sua bianca filastrocca perimetrale, “About Time” mostra di esserne “perfettamente” consapevole.

Ma a voler grattare sotto gli strati superficiali della funzione, oltre che della forma e del colore, c’è ancora molto da scoprire. L’autore sostiene che la sua invenzione è un invito a sottrarsi ai ritmi frenetici della quotidianità e a recuperare il proprio tempo, oltre al significato degli aspetti fondamentali della vita. Ma anche oggetto pensato per stimolare la meditazione. In che modo? Difficile dirsi. D’altra parte si sa che i designer sono soliti tendere le loro fionde, magari anche impostando la direzione di tiro, ma non certo prevedendo l’esatto punto di impatto dei loro proiettili e, meno che meno, tutti i conseguenti effetti. Il risultato dipende spesso da fattori casuali, tra cui figura la sensibilità, del tutto soggettiva e imprevedibile, dei destinatari. Così come, d’altro canto, avviene per le opere d’arte. Non resta dunque che avanzare delle ipotesi, accettando anche di sottoporsi in prima persona a esperimento.

Di certo l’oggetto di Mulder ha capacità di smuovere pensieri e trascinare la mente altrove, se si è disposti a seguirlo. Gli orologi tradizionali, siano essi digitali o analogici, forse anche solo per effetto dell’abitudine, difficilmente riescono ancora ad innescare una riflessione sul senso del tempo e sulla sua origine. Il fatto cioè che è il movimento di rotazione della terra a scandire la differenza tra il prima e il dopo. Si dirà che è banale, perché tutti lo sappiamo e non serve certo l’intervento del design contemporaneo a ricordarcelo. Ma è anche vero, come affermava il celebre filosofo Friedrich Hegel che “nulla è meno intimamente conosciuto di ciò che è più manifesto e noto”. L’osservazione non è priva di conseguenze e, se approfondita, rischia di aprire una voragine. In un attimo ci si potrebbe ritrovare a fissare il grande disco nero con lo sguardo attonito di un astronauta che osservi la terra dallo spazio. Fatte le dovute proporzioni, se in un modellino in scala così tanto rimpicciolito il nostro pianeta avesse effettivamente le dimensioni di un palmo, dovremmo comunque cercare il Sole a oltre un miglio da noi e immaginare il confine della nostra galassia a ben tre miliardi di chilometri. Niente in confronto alle dimensioni dell’Universo: nonostante la riduzione lillipuziana, un simile presepe cosmico, per essere rappresentato nella sua interezza, richiederebbe infatti un ambiente con dimensioni di alcuni milioni di miliardi di chilometri.

Il senso di stupore dell’Uomo posto di fronte agli scenari celesti, che si riconosce improvvisamente aggrappato come un naufraga al suo minuscolo galleggiante, per giunta tutt’altro che stabile, è fenomeno antichissimo, ma sempre attuale. E ugualmente immutabile nei secoli appare il legame tra osservazione del cosmo, percezione del tempo, senso dell’esistenza e sentimento della morte. Come dimostrano efficacemente questi sorprendenti passi biblici tratti dal libro di Giobbe: “Egli stende il Settentrione sopra il vuoto, sospende la terra sul nulla, traccia un cerchio alla superficie delle acque dove ha termine la luce con la tenebra. L’uomo, nato di donna, è breve di giorni, ma sazio d’affanno: qual fiore egli spunta e avvizzisce, e fugge come un ombra, e mai si ferma. Se misurati sono i suoi giorni, e il numero dei suoi mesi è fissato da te, se gli ponesti un limite, ch’ei non può sorpassare, distogli lo sguardo da lui, si che riposi e si rallegri, qual mercenario della sua giornata.” Potrebbe rappresentare una variante, certamente meno spensierata e ironica, ma in fondo di analogo significato, per la frase circolare, a bianchi caratteri, del nostro oggetto di design.

Per illustrare lo spirito che anima la mostra Over Design Over abbiamo utilizzato l’esempio di un orologio, che in definitiva risulta essere tutt’altro che un orologio, e pur tuttavia non meno utile.

Per analogia, questo fatto richiama alla memoria un altro oggetto dalla vicenda quanto mai singolare; una storia del passato, realmente accaduta e documentata, che ha però tutto il fascino intrigante di una favola per bambini. Motivo che da solo giustifica, a nostro avviso, una divagazione, anche se il tema sembrerebbe condurci lontano dal design. Almeno in apparenza.

Ci troviamo in Inghilterra sul finire del Seicento. Una sequenza impressionante di incidenti navali sta mettendo a dura prova la flotta militare della nazione che è da secoli considerata l’indiscussa dominatrice dei mari. La questione, oltre che assai imbarazzante sul piano internazionale, scuote fortemente l’opinione pubblica in quanto il bilancio di vite umane appare sempre più drammatico. La motivazione è semplice: nonostante le carte geografiche a disposizione siano ormai dettagliatissime, i comandanti delle navi, giunti in acque lontane, non hanno alcun modo per stabilire con esattezza la loro posizione sul globo. O meglio, manca loro una coordinata.

Se puntando l’astrolabio diritto alla stella polare e squadrando l’orizzonte non è difficile per loro identificare con precisione la latitudine, ovvero la distanza dall’equatore, non esiste modo equivalente per stabilire la longitudine, che è l’altro parametro necessario. Manca infatti qualsiasi strumento in grado di misurarla con un minimo di attendibilità, stabilendo il meridiano di appartenenza. Gli errori di valutazione sono dell’ordine delle centinaia di miglia e gli effetti tragici: pensare di essere in un determinato punto del mare e trovarsi invece in tutt’altre acque significa poter improvvisamente cozzare contro uno scoglio inatteso e rischiare di veder colare a picco, in pochi minuti, l’imbarcazione con tutto il suo equipaggio.

Anche l’inizio del nuovo secolo non si apre sotto migliori auspici. Ma la goccia che fa traboccare il vaso cade la notte del 22 ottobre 1707 allorché l’ultimo incidente della serie, occorso sulle coste delle Isole Scilly, determina l’affondamento simultaneo di quattro navi e la morte di oltre due mila marinai. Nel 1714 il parlamento inglese, non avendo trovato altra via per porre fine a l’ecatombe, decide di bandire un concorso che non ha precedenti: ben ventimila sterline, una cifra astronomica per l’epoca, sono messi in palio come ricompensa per la prima persona che riuscirà a dare soluzione al problema. Un nugolo di scienziati – matematici, fisici, ma sopratutto astronomi – di ogni parte del mondo si getta alla ricerca della chiave capace di aprire l’ambitissimo forziere.
La Royal Society di Londra – l’esclusivo gruppo di studiosi inglesi costituito oltre cinquant’anni prima con lo scopo, tra gli altri, di risolvere la questione della longitudine, e che nonostante la presenza di personalità del calibro di Robert Hooke e Isaac Newton, non era ancora approdata ad alcuna conclusione utile – viene incaricata di vagliare la validità scientifica delle nuove proposte e di sottoporre a sperimentazione le più convincenti.

Dal momento che il problema della latitudine era stato in precedenza risolto osservando gli astri, gli sguardi di tutti si rivolgono ancora una volta verso il cielo.
Gli astronomi inglesi concentrano tutti i loro sforzi sul metodo delle distanze lunari ed iniziano ad elaborare abachi di inusitata complessità per tentare di prevedere, nel corso degli anni, l’itinerario della luna nel suo peregrinare tra le stelle fisse.
I colleghi francesi, tanto per distinguersi dagli avversari di oltremanica, intentano invece la strada, ancora più impervia, basata sulla descrizione delle orbite e fenomeni di occultamento dei satelliti gioviani. Dopo aver trascorso oltre quindici anni a fare calcoli – e non prima di essersi sincerato che pure il gruppo francese si trova ormai in una palude senza uscita – John Flamsteed, il capo delegazione inglese e primo astronomo del Regno, è infine costretto ad ammettere che i risultati ottenuti sono pochi e di scarsissima applicabilità.

Trattandosi di un concorso aperto a tutti, non mancano ovviamente anche le note di colore. Ecco allora che vediamo discussa e verificata, tra le altre, la proposta di Sir Kenelm Digby, che avanza il suo diritto di riscossione del favoloso montepremi sulla base della sua “polvere simpatica”, un miracoloso formulato alchemico capace di mettere in comunicazione tra loro due luoghi distanti anche migliaia di miglia attraverso gli effetti prodotti dalle bende medicali utilizzate per la cura di un cane ferito, previa, naturalmente, appropriata aspersione con il segretissimo ritrovato.

Sembra ormai persa ogni speranza quando nel 1735 innanzi alla dotta commissione giudicante si presenta tale John Harrison, falegname e carpentiere proveniente dalle campagne dello Yorkshire. L’artigiano, come passatempo, ama costruire manualmente orologi e, avendo saputo del concorso, desidera presentare la sua proposta: un orologio, appunto. Non però un orologio qualsiasi, di quelli cioè che si fabbricano normalmente per indicare l’ora, ma un meccanismo pensato per non sgarrare di un solo secondo anche in condizione estreme, appositamente concepito, cioè, per sopportare senza batter ciglio gli sbalzi più estremi di temperatura così come scuotimenti ed urti di ogni sorta. Un metro cubo di aggrovigliati ingranaggi per oltre quaranta chili di peso: comunque sia, un orologio!

John Harrison fa presente agli scettici esaminatori togati, allineati di fronte a lui, che è sufficiente imbarcare il suo congegno su una nave per conoscere in ogni momento, ma soprattutto in ogni parte del globo, la corrispondente ora esatta del porto di partenza.
Il resto sarebbe stato un gioco da ragazzi: confrontandola con l’ora locale, facilmente desumibile misurando la posizione del sole, per semplice differenza si sarebbe trovata la tanto ricercata longitudine… Se lo scopritore delle Americhe non avesse già stabilito un precedente, oggi forse parleremmo dell’”orologio di Harrison” anziché dell’”uovo di Colombo”.

Fatto sta che il problema era stato brillantemente risolto!

Harrison aveva potuto raggiungere lo scopo solo grazie al fatto che non aveva scartato a priori un’idea apparentemente scontata, ma da tutti ritenuta impercorribile per insormontabili ostacoli tecnici. Cuore della sua invenzione era infatti semplicemente un bilanciere bimetallico, che traendo spunto da un’esperienza artigianale mutuata dalla costruzione dei più affidabili meccanismi di serratura per armadi portavalori, riusciva a compensare le dilatazioni termiche tramite l’accoppiamento di materiali differenti. Nonostante tutte le perplessità avanzate e i mille ostacoli posti dalla comunità scientifica al riconoscimento della soluzione, le prove in mare confermarono l’assoluta funzionalità della sua creazione, che conobbe nel corso degli anni una serie di perfezionamenti. Il modello definitivo, ridotto ad appena una dozzina di centimetri di diametro e di sorprendente pregio estetico, vide la luce nel 1759. Imbarcato sulla nave inglese Deptford raggiunse la Giamaica dimostrando di aver perso, durante tutto il suo tragitto, non più di 5 secondi!

Harrison, soddisfatto, affermò : “penso di poter dire con orgoglio che non esista altro oggetto meccanico al mondo che sia più bello o interessante come costruzione di questo mio orologio o marcatempo per la longitudine”.

A seguito di anni di controversie, ma anche di molte vite salvate, la Royal Society of London for the promotion of Natural Knowledge dovette infine ammettere pubblicamente che l’umile falegname di Foulby era stato “l’autore della più importante scoperta scientifica o di contributo alla scienza” Solo nel 1772, ormai ottantenne, venne ufficialmente riconosciuto vincitore del concorso e ricevette il premio direttamente dalle mani del Re d’Inghilterra Giorgio III.

La ricompensa, per la cronaca, oltre che quanto mai tardiva gli fu consegnata dimezzata nell’importo, poiché la potente lobby dei luminari della scienza era riuscita a convincere il parlamento inglese che anche il lunghissimo lavoro svolto a scovare la soluzione tra le stelle meritava un suo paritetico riconoscimento. Queste cose accadevano nel lontano secolo decimo ottavo, quando ancora il mondo accademico appariva chiuso su sé stesso, e talvolta protervo.

Tanto per fare un paragone che ci riporti al presente, il fatto che un carpentiere, abituato a tirar su case, abbia potuto ideare un orologio così radicalmente nuovo traendo spunto da una serratura, sarebbe come ipotizzare che ai nostri tempi un architetto possa progettare, anziché un edificio, un’innovativa lampada da terra ispirandosi, che so…, ad una canna da pesca. E spingendo oltre la fantasia, immaginare magari che una simile creazione arrivi a conquistare il maggior premio internazionale per il design ed addirittura possa finire esposta nei principali musei del mondo. Sarebbe davvero una rivoluzione…tolemaica. Degna cioè di un mondo immaginifico ove, senza altre regole precostituite, la genialità dell’Uomo è riportata al centro dell’universo.

In ogni modo esaminando, uno per uno, i punti chiave del successo di John Harrison – non solo il suo approccio non convenzionale al problema, l’apertura di pensiero e spontaneità creativa, la ricerca di ciò che va al di là delle semplici apparenze, ma anche, e soprattutto, la sua intima conoscenza della Materia, il suo innato senso del Tempo, e la sua rispettosa osservazione della Natura – siamo convinti che il nostro orologiaio autodidatta avrebbe avuto tutte le carte in regola per figurare tra i designer di Over Design Over.

Qualcuno potrebbe magari obiettare che il suo non è design contemporaneo.

Ma sarebbe tutto da dimostrare.

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